La bottega di Orfeo

      Di Davide Fattori - Verona

 
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PROPOSTA OPERATIVA.

LA COSTRUZIONE DEGLI STRUMENTI MUSICALI:

percorso tra tecnologia ricerca e antropologia

per la formazione in musicoterapia.

 

1. Partendo da lontano

Un percorso, o meglio un possibile percorso evolutivo per il musicoterapista è quello che voglio presentare con queste righe. E’ soprattutto un percorso di conoscenza personale, della propria “nudità”, delle proprie competenze musicali, dei propri limiti e della personale capacità di comunicar-si attraverso la musica e con tutto quello che gli ruota intorno.

E’ un cammino che permette un contatto con il tempo passato e con le trasformazioni del pensiero musicale, con quelle trasformazioni avvenute nel corso dei millenni attraverso il modificarsi evolutivo del pensiero tecnologico, con la scoperta di nuovi materiali ed il nuovo utilizzo di materiali antichi nella costruzione degli strumenti. E’ un cammino che porta a scoprire quali sono le caratteristiche e le qualità degli strumenti musicali; soprattutto si scopre quali sono gli strumenti più adatti alla musicoterapia e si scopre ancora che lo strumento musicale costruito, libero da canoni imposti, ci permette di esprimere musica indescrivibile altrimenti: è come se si stesse con l’orecchio nel cuore stesso della natura; si percepisce la volontà della natura e la si riproduce in sequenze di note[1]. Inoltre si comprenderà che gli strumenti costruiti «sono buoni oggetti intermediari e possono facilmente diventare oggetti integratori. Tale importanza dipende dal fatto che questi strumenti sono molto legati all’ISO[2] di chi, paziente o musicoterapeuta, ha creato lo strumento. E’ importante sottolineare che se il musicoterapeuta conosce con chiarezza il proprio ISO, è in grado di creare uno strumento in accordo con l’ISO del paziente, cioè di costruire un oggetto intermediario ottimale per la comunicazione»[3].

Ma da dove si parte? Si parte da se stessi, dalla propria sensibilità psico-fisica, sensoriale, da quanto siamo integrati nel nostro io tra anima  e corpo, e dalla personale conoscenza della musica o capacità di usare dei ritmi-suoni (moto sonoro o suono che muove)[4]. Tra le persone incontrate con il mio lavoro c’è chi conosce bene la musica ma non sa usare le proprie mani per trasformare la materia, c’è chi possiede abilità manuali sopraffine ma non conosce la musica, c’è chi possiede tutte e due le caratteristiche ma non le correla tra loro, ma non importa, quello che importa è la volontà di leggersi dentro e di mettersi in discussione ed in cammino.

2. La storia degli strumenti musicali

Una direzione per il percorso personale può essere dato dallo studio dell’evoluzione degli strumenti musicali e del loro uso nelle diverse “età” dell’umanità (antropologia musicale ed etnomusicologia). Propongo l’antropologia musicale perché tramite questa scienza è possibile confrontare l’evoluzione umana con l’evoluzione della persona dalla nascita in poi attraverso le fasi di sviluppo del bambino fino all’età adulta e oltre. Confrontabile nel senso che il bambino piccolo scopre, più o meno con la stessa scansione che è stata sperimentata dall’umanità intera, l’uso di semplici strumenti musicali (a volte costruiti con le pentole o attrezzi da cucina) ed evolve a livello psicofisico in modo da rispecchiare l’evoluzione umana in generale.

Secondo la ricerca antropologica sembra che i primi strumenti “musicali” siano stati in uso nelle comunità di cacciatori del paleolitico e che fossero strumenti che davano sonorità ai quei movimenti della danza che non potevano essere accentati dal battere delle mani o dei piedi o dalla voce. Strumenti come i sonagli legati e cioè sonagli composti da un certo numero di piccoli corpi duri; piccole ossa, gusci di noci, semi, nòccioli, denti, zoccoli animali uniti tra loro con una treccia o una cordicella o uniti a grappolo. I danzatori li portavano appesi alle caviglie, alle ginocchia, alla vita, al collo[5]. I sonagli si sono poi diversificati nelle forme, dimensioni e suoni ma concettualmente sono sempre strumenti a concussione (suonano per effetto dello scuotimento) come ad esempio il sonaglio di vimini (caxixi), la maracas ecc. Questi strumenti sono ancora in uso presso tribù non in contatto con la “civiltà”, come giochi per bambini in tutto il mondo e ovviamente nella musica caraibica e sudamericana. I suoni prodotti da tali strumenti sono apparentemente tutti uguali, li potremmo descrivere come fruscii o qualcosa di simile, ma in realtà ogni diversità nel materiale usato per la costruzione porta a suoni particolari. Sicuramente costruire è un buon esercizio per comprendere le diversità dei materiali: capire come si devono e possono trasformare per arrivare al risultato del suono che ci siamo immaginati; fare attenzione alle loro caratteristiche fisiche di durezza, elasticità, resistenza, potenzialità sonore; sperimentare, come nel caso dei sonagli, diversi oggetti come riempimento in un contenitore dello stesso materiale (noce di cocco con dentro sassolini, noce di cocco con dentro piccole conchiglie, noce di cocco con dentro riso, ecc.). La sperimentazione, come regola, vale per tutti gli strumenti che si vogliono costruire.

Tornando alla storia degli strumenti musicali, le percussioni, che evolutivamente sono apparse dopo i sonagli, offrono un buon campo di sperimentazione perché possono essere costruite con moltissimi materiali, forme, dimensioni e suoni. Se pensiamo ai primi “tamburi” della storia, che erano costituiti da buche scavate nel terreno e ricoperte di corteccia (trappole per animali) al lato delle quali i danzatori percuotevano il terreno producendo suoni sordi e profondi, e alle percussioni moderne come la batteria o lo steel drum[6], in mezzo ci sono infinite possibilità. Ad esempio tutti i tamburi che si possono costruire con basi di ceramica, con basi di legno, con basi di metallo usando pelli secche di ovino o pelli morbide o ancora pelli di animali da noi difficilmente reperibili come lo squalo ed i rettili. Altre percussioni come le scatole sonore o i tamburi a fessura possono invece essere costruiti con vari tipi di legno (morbido o duro) e diverse dimensioni. Ancora, le percussioni armoniche come gli xilofoni e derivati, possono variare oltre che nel materiale e nelle dimensioni anche nel modo di essere utilizzati. Se noi tagliamo a giusta misura dei tubi di alluminio, li appoggiamo su una cassa armonica (una semplice cassetta) e li suoniamo tenendoli quindi in posizione orizzontale, chiamiamo questo strumento metallofono; se le stesse canne le appendiamo ad un trespolo, le suoniamo tenendole verticali lo strumento lo chiamiamo campana tubolare. Questo vale in genere anche per lo xilofono[7].

Gli strumenti fino ad ora raccontati, e cioè sonagli e percussioni, sono molto usati in musicoterapia. Ci sono però alcune cose da dire:

·         sono “facili” da usare, perché partono dal movimento semplice, grossolano, i sonagli più delle percussioni. Le percussioni possono prevedere l’uso dei battenti ma anche semplicemente delle mani nude (spesso si trovano persone che non riescono all’inizio a suonare un tamburo con le mani perché questo esige molto controllo del “tocco” ed allora è meglio usare i battenti).

·         tra i tamburi è preferibile usare quelli con basi di legno o metallo in quanto la ceramica spesso usata nella costruzione dei tamburi di origine magrebina (bonghi doppi e simili), si può rompere anche solo con un uso consono ma violento. La rottura di uno strumento durante una seduta di musicoterapia non è piacevole, blocca la comunicazione e potrebbe causare danni alle persone;

·         tra i metallofoni e xilofoni ci sono diverse possibilità sonore. Si possono trovare scale diatoniche, scale pentatoniche, semplici accordi anche solo di due note. Spetta al musicoterapeuta scegliere quale utilizzare a seconda di chi ha di fronte. Di sicuro ogni possibilità offre sonorità diverse che però esigono abilità diverse (la scala pentatonica è più naturale in quanto non avendo i semitoni elimina quegli abbinamenti di suoni che sono difficili da ascoltare. Suonando la scala pentatonica si ha l’impressione di non sbagliare mai; ed è vero!)

·         le campane in genere sono costituite da canne o barre appese e libere. A parità di materiale (ad esempio canne di alluminio) le campane sono più sonore rispetto al metallofono.

Altro capitolo si apre se andiamo a considerare gli strumenti a fiato e quelli a corda. Per i fiati possiamo partire dai flauti globulari usati da diecimila anni in varie zone del mondo fino a strumenti ad ancia libera o inclusa. Con le corde ci si può sbizzarrire e costruire monocordi di varie dimensioni e con diversi risuonatori, o strumenti come salteri, piccole arpe, e cordofoni vari.

Gli attrezzi che io uso e che propongo di usare per la costruzione sono perlopiù semplici e poco pericolosi, utilizzabili, sotto la guida di un adulto, anche da bambini piccoli. Sono comunque strumenti di lavoro che rispecchiano l’evoluzione tecnologica dell’umanità. Sicuramente diecimila anni fa le seghe, i trapani e la carta vetrata, (oggetti così comuni e avanzati e che comunque molte persone non hanno mai usato in vita) non erano così precisi ed efficaci come quelli che noi conosciamo. Una caratteristica degli antichi che è andata perduta e che bisogna recuperare per questo lavoro è la pazienza da accompagnare alla forza di volontà. Anche l’esperienza dell’uso degli attrezzi ha una sua gradualità nella crescita personale.

3. L’influenza della “terapia”

Ritengo importante ora inquadrare la proposta che faccio anche rispetto alla mia crescita professionale all’interno di un centro medico di riabilitazione psicosociale. Il percorso-laboratorio qui proposto deriva da esperienze pratiche vissute nell’ambito della terapia riabilitativa attraverso il quale si è cercato di integrare modalità di intervento spesso complementari quali la terapia occupazionale e la musicoterapia. Gli interventi riabilitativi che si applicano nei centri di riabilitazione hanno tutti lo scopo di elevare o almeno mantenere i livelli di salute psicofisica degli utenti. Negli ambienti socio sanitari dove si è diffusa la cultura del lavoro d’equipe è facile trovare diverse figure professionali che collaborano per offrire piani riabilitativi mirati e funzionali allo sviluppo armonico e al benessere delle persone che usufruiscono del servizio, ma non sempre è però possibile stabilire tra questi professionisti procedure e modalità che esprimano effettiva collaborazione su un progetto particolare. Ad esempio in un intervento riabilitativo dove sia prevista la costruzione di strumenti musicali sarebbe logico vedere applicata sia la competenza e la pratica del terapista occupazionale sia la progettazione e realizzazione dell’intervento musicoterapico con la previsione di utilizzo dello strumento da parte del musicoterapista.

Benenzon, musicista, medico psichiatra, autorità della musicoterapia, conosciuto in tutto il mondo, a riguardo dice: “Mi riferisco qui unicamente agli strumenti creati, improvvisati e costruiti dal paziente o dal musicoterapeuta. Questi strumenti sono buoni oggetti intermediari e possono facilmente diventare oggetti integratori. […] In un istituto l’ergoterapia può rappresentare un enorme aiuto nella fabbricazione di tali strumenti e permette di portare avanti due terapie congiunte. Non si può consigliare uno strumento o un altro poiché la scelta dipende fondamentalmente da ogni paziente. Questo tipo di lavoro esige un certo livello da parte del paziente e un certo periodo di terapia. Ma una volta che il lavoro con lo strumento creato ha preso il via, la comunicazione si arricchisce considerevolmente.[8]

Personalmente come musicoterapista non ho mai trovato terapisti occupazionali abbastanza abili nel lavorare il legno o altre materie prime. Questo mi ha spinto a percorrere parallelamente la formazione in musicoterapia e lo sviluppo di abilità manuali e pratiche artigianali legate alle tecniche di terapia occupazionale. Affascinato e convinto dell’importanza di saper costruire qualche strumento musicale ho perciò elaborato una proposta per offrire opportunità di conoscenza; conoscenza che spazia tra il sapere, il saper fare ed il saper essere.

La musicoterapia e la terapia occupazionale

Partiamo dalle due definizioni che riporto qui di seguito, una relativa alla musicoterapia e l’altra alla terapia occupazionale[9].

A mio proposito, la musicoterapia può essere definita in due modi: l’uno considera l’aspetto scientifico, l’altro quello terapeutico. Dal punto di vista scientifico, ritengo la musicoterapia «una disciplina scientifica che si occupa dello studio e della ricerca del complesso suono-essere umano (suono musicale e non) con l’obiettivo di ricerca elementi di diagnosi e metodi terapeutici».

Dal punto di vista terapeutico, invece, la musicoterapia è «una disciplina paramedica che utilizza il suono, la musica e il movimento per provocare effetti regressivi e aprire canali di comunicazione, con l’obiettivo di attivare, per loro tramite, il processo di socializzazione e di inserimento sociale».

Oggi credo che una definizione di musicoterapia secondo la mia esperienza potrebbe essere: «La musicoterapia è una tecnica psicoterapica, che utilizza il suono, la musica, il movimento e gli strumenti corporei, sonori e musicali per determinare un processo storico di vincolo, tra il terapeuta e il suo paziente o gruppi di pazienti, con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita e di riabilitare e recuperare i pazienti per la società»[10].

Non esiste una teoria unificata della teoria occupazionale. A regolare e guidare la pratica odierna esistono orientamenti ed approcci differenti le cui basi teoriche sono da rintracciare nei sistemi teorici che si sono sviluppati nei diversi ambiti della pratica clinica. Si tratta di un intervento riabilitativo che si propone di sviluppare il più alto livello possibile di competenze individuali e di migliorare quindi la qualità della vita. La terapia occupazionale fornisce al paziente la possibilità di cimentarsi in una gamma equilibrata di occupazioni che gli consentiranno di migliorare o quanto meno mantenere il proprio livello di salute fisica e psichica. Riassumendo i principali obiettivi della terapia occupazionale sono:

  1. favorire lo sviluppo di performances attinenti l’autonomia personale;
  2. sviluppare le capacità lavorative;
  3. supportare l’inserimento lavorativo, sia nella fase iniziale che successivamente;
  4. dirigere in modo nuovo ed adattivo gli interessi ricreativi che lavorativi del paziente;
  5. aiutarlo ad utilizzare in termini più positivi il periodo di ospedalizzazione;
  6. controllare gli impulsi emotivi e sviluppare relazioni più gratificanti ed autentiche;
  7. acquisire una maggiore consapevolezza dei propri comportamenti;
  8. apprendere ad usare le proprie capacità e qualità individuali e ad esprimere i propri gusti[11].

Come già evidenziato più sopra e confermato da queste definizioni gli obiettivi di fondo delle diverse terapie sono comuni: il benessere del paziente. Ma allora perché proporre diverse tecniche terapiche? Perché per fortuna siamo tutti diversi e ognuno di noi (educatore, terapista, bambino o “utente”) usa dei canali privilegiati per esprimersi e per rappresentare la realtà. Allora succede che un educatore o un insegnante o un terapista, si specializzi per poter offrire almeno un canale di comunicazione che agevoli il contatto, che renda possibile un flusso di emozioni, affetto e calore tra chi sceglie una professione (missione) e chi ha bisogno,  perché sta crescendo o perché è in una condizione di svantaggio, di essere compreso al di la dei modi convenzionali del comunicare.

Il canale scelto per questo laboratorio è invece misto. L’idea di mescolare diverse tecniche deriva in parte dall’osservazione delle reazioni di tutte le persone che ho incontrato sulla mia strada ed in parte dalla consapevolezza della mia multifunzionalità (anche se questa è una mia caratteristica che non è indispensabile in un contesto di collaborazione con altri professionisti. Anzi…). E’ evidente che usare diverse tecniche integrandole si crea un effetto di amplificazione e si raggiungono obiettivi significativi. Ad esempio anche nello spettacolo le contaminazioni tra diverse arti hanno sempre dato sensazioni molto gradevoli. Si pensi ai cantastorie che accompagnavano le storie cantate con pannelli dipinti dove si rappresentava la stessa scena espressa musicalmente; si pensi agli artisti che con i colori esprimono le proprie sensazioni sullo stesso palcoscenico dove altri recitano o suonano; altri che per amplificare l’effetto della musica che suonano usano odori ed essenze profumate. Nella terapia ed in educazione da tempo si sono definiti percorsi di arte-terapia dove colore, musica, danza si mescolano ed integrano in vortici dagli effetti catartici (metodo della globalità dei linguaggi di Stefania Guerra Lisi).

Anche nel laboratorio per la costruzione degli strumenti musicali in musicoterapia si fondono due tecniche: il lavoro e la musica. Il lavoro diventa così un tramite per arrivare alla comprensione del suono, della musica e di se stessi. Il suono dello strumento costruito “è” il suono dell’anima.

4. Quali mediatori?

L’approfondimento pedagogico che ho seguito, sia come necessità di delimitazione teorica, che di crescita personale, ha messo in evidenza nel corso del tempo i gradini e le distanze tra approcci pedagogici diversi che si sono avvicendati dagli anni ottanta ad oggi.

Sia nell’ambiente educativo che in quello sanitario fino a non molti anni fa i termini che venivano usati per definire le proposte alternative o innovative si riferivano alle teorie della comunicazione. Si identificavano quindi le diverse tecniche (musica, colore, danza, ecc.) come varie forme di comunicazione non verbale[12]. Pur rimanendo vero che la musica e le altre tecniche sono forme di comunicazione non verbale, l’approccio descritto presentava dei limiti in quanto focalizzava l’attenzione sulla relazione tra il bambino o il paziente e la tecnica stessa. L’utilizzo di un linguaggio non verbale doveva servire per portare a livelli di competenza sufficiente l’handicappato in modo che questi  potesse esprimersi in modo socialmente accettabile con quella determinata tecnica. Nel frattempo e fin quando il grado di espressione raggiunto non era adeguato, si analizzavano (imprimendo anche un giudizio) le ansie, le paure, le inadeguatezze interpretandole come elementi emblematici del disagio personale. Veniva così posta la contraddizione per cui si cercava di raggiungere una dimensione comunicazionale eliminando alla base la comunicazione stessa visto che l’educatore non era teso a cogliere i contenuti della relazione tra umani.

La ricerca in pedagogia, nella didattica e nella pedagogia speciale [Olson, Damiano, Feuerstein, Larocca] hanno via via recuperato la dimensione emotiva e relazionale del dialogo dove l’attenzione e la partecipazione sono elementi vitali per l’incontro. L’incontro tra due realtà viventi. E’ questo il contesto specifico in cui si sviluppa e viene definito il concetto di “mediatore”[13]. Pur rimandando a più autorevoli pensatori l’approfondimento di questo argomento, è importante qui, dopo brevi citazioni, riconoscere come le due tecniche (lavoro e musica) che vengono utilizzate nel laboratorio di costruzione degli strumenti musicali per la musicoterapia si collocano all’interno di questo pensiero.

Cosa significa “mediatore”? Larocca[14] spiega: “Mediare, da cui mediatore, mediale, non è solo ciò che sta in mezzo, il luogo dello scambio, ma indica il venire in chiaro, l’esporsi, il mettere in luce ciò che nei due poli rimarrebbe in ombra. Chi media non è più solo se stesso; è anche già un po’ l’altro; com-pone il proprio logos con il logos dell’altro; s’affaccia insomma con coraggio sull’altro universo, mantenendosi presso di sé quel tanto per non perdersi, per non frammentare la propria identità. E il contenuto del mediare non può essere altro che il proprio io, la propria nudità, comunque si ricopra - di musica o di danza, di acqua o d’animali, di giochi o di simboli - comunque s’annunci alla ritrosia dell’altro, non è che invito all’altro ad aprirsi, a mostrarsi, a mettersi in gioco, a venire in luce.”

Nella mia esperienza lavorativa, dove ho pian piano messo a fuoco e sviluppato le mie abilità,  ho sperimentato quotidianamente questo livello di incontro. L’incontro per me è sempre stato agevolato dalla musica e dal fare[15]. Ecco quindi i due mediatori che mi consentono di sentire il contatto con l’altro e di esprimere la mia personalità liberamente: la musica (musicoterapia) e il fare (ergoterapia).

La proposta del laboratorio di costruzione degli strumenti musicali spazia quindi dall’utilizzo di un mediatore iconico quale l’ergoterapia ad un mediatore analogico, la musicoterapia. Quando si lavora con un gruppo di persone o con un singolo alla costruzione di uno strumento si percepisce un continuum dove la musica ed il lavoro sono sempre presenti a livelli diversi; sono due agganci che permettono ampie possibilità di contatto.

5. Il laboratorio

Titolo:

Fare musica”. Percorso di conoscenza delle competenze musicali attraverso la manualità.

A chi è rivolto:

Musicoterapisti in formazione; Insegnanti, educatori, formatori, terapisti, terapeuti, mediatori culturali;

Con una formula diversa e più legata all’esperienza diretta anche a bambini e ragazzi, adolescenti nelle scuole o nei centri di aggregazione e prevenzione; Alle comunità e ai centri che accolgono diversamente abili.

Contenuto:

Il percorso parte dallo studio della storia degli strumenti musicali attraverso le implicazioni di carattere antropologico ed etnologico per arrivare poi alla trasformazione di materie prime (legno, metallo, ecc) finalizzata alla costruzione di strumenti musicali semplici rappresentativi della identità sonora individuale e/o di gruppo, concludendo poi con l’uso dei manufatti (gli strumenti) mirato all’analisi delle caratteristiche dello strumento (suono, forma, ergonomia, significato personale, estetica, ecc.) e all’impostazione di momenti espressivo-musicali.

Implicazioni:

Il progetto nasce dall’idea che l’utilizzo di più mediatori ha un effetto amplificatore sui risultati ottenibili dall’impiego di un singolo mediatore. La parte relativa alla trasformazione della materia, e cioè il lavoro, oltre alle implicazioni di natura fisica e matematica, avrà un valore in più perché finalizzata ad un orizzonte espressivo emotivo. Il momento espressivo musicale sarà più legato alla personalità dell’individuo; individuo che ha già rappresentato qualcosa di sé costruendo lo strumento e che continuerà a rappresentarsi mediante l’uso dello strumento stesso producendo musica.

Dove:

Ovunque. Serve una stanza che contenga il numero di persone coinvolte, con un tavolo solido dove poter attaccare alcune morse e altri attrezzi, delle mensole o armadi dove appoggiare i manufatti in via di costruzione tra un incontro e l’altro. I genere gli attrezzi ed il materiale d’uso li fornisco io.

Tempi:

A seconda delle esigenze.

Se la proposta viene diretta a gruppi di musicoterapisti in formazione, educatori, formatori, terapisti, terapeuti, mediatori culturali, il tempo minimo che consente alle persone di costruire qualche semplice strumento è suddivisibile in quattro incontri di quattro ore ciascuno;

Primo incontro: 4 h; di tipo teorico con la presentazione della storia degli strumenti musicali

Secondo incontro: 4 h; Presentazione degli attrezzi e trasformazione di materiali derivanti da vegetali (legno, vimini, cocco, bambù) finalizzando il lavoro alla costruzione di strumenti a percussione e a concussione.

Terzo incontro: 4 h; Lavorazione di materiali come legno e alluminio per la costruzione di strumenti armonici  a percussione.

Quarto incontro: 4 h; Recupero dell’esperienza fisica ed emotiva (contatto con i materiali, progetto personale, emozioni vissute, ecc); impostazione e attuazione del momento espressivo musicale con l’uso degli strumenti costruiti;  considerazioni finali.

Nel caso in cui si volessero costruire strumenti musicali complessi i tempi andranno calibrati a seconda dei casi.

 

Schema degli incontri per musicoterapisti in formazione, educatori, formatori, terapisti, terapeuti, mediatori culturali

Primo incontro

Secondo incontro

Terzo incontro

Quarto incontro

Presentazione della storia degli strumenti musicali

 

Presentazione degli attrezzi e trasformazione di materiali derivanti da vegetali (legno, vimini, cocco, bambù) e finalizzare il lavoro alla costruzione di strumenti a percussione e a concussione.

Lavorazione di materiali come legno e alluminio per la costruzione di strumenti armonici  a percussione.

Recupero dell’esperienza fisica ed emotiva (contatto con i materiali, progetto personale, emozioni vis- sute, ecc); impostazione e attuazione del momento espressivo musicale con l’uso degli strumenti costruiti;  considerazioni finali.

 

Se la proposta viene indirizzata alle scuole, da quella dell’infanzia a quella secondaria o ai centri per diversamente abili, lo schema viene personalizzato a seconda delle esigenze didattiche e di programmazione. Ovviamente si può impostare un programma di musicoterapia ove le esigenze lo richiedano.

Conclusioni

Le considerazioni e le proposte sopra riportate sono frutto di lavoro di anni rivolto a persone diversamente abili in contesti riabilitativi e a persone incontrate in ambiente educativo formativo (dalle scuole per l’infanzia all’università e corsi di specializzazione). Ritengo che la proposta possa essere molto utile nei vari contesti educativi, formativi, riabilitativi. Gli studenti delle scuole di musicoterapia che affronteranno questo tipo di percorso acquisteranno una maggiore conoscenza delle proprie capacità e dei propri limiti e avranno delle carte in più da giocare nella loro vita professionale tesa ad aiutare gli altri.

Davide Fattori

BIBLIOGRAFIA

Benenzon R., “Manuale di musicoterapia”,  Edizioni Borla, Roma, 1998.

Benenzon R., “Teoria della musicoterapia”, A cura di Grasiela Sosa, Associazione Gioco, Musica, Movimento, Verona, 1994.

Bianchi G., Clerici Bagozzi A., “Crescere con la musica. Esperienze cognitive terapeutiche vissute nella scuola attraverso il linguaggio dei suoni, il movimento, il simbolo, il fonema”, Franco Angeli, Milano, 1997.

Bielli A., Roberti A., Ba G., “La terapia occupazionale” in “Metodologia della riabilitazione psicosociale” a cura di Ba G.. Franco Angeli, Milano, 1997.

Bruscia K. E., “Definire la musicoterapia. Percorso epistemologico di una disciplina e di una professione”. ISMEZ, Roma , 1993

Larocca  F., “Azione Mirata”, Franco Angeli, Milano, 2003.

A cura di: Larocca F., “La ricerca in educazione speciale. I mediatori Analogici”, Atti del VI Convegno Internazionale di Musicoterapia e Danzaterapia per l’handicap, Libreria Editrice Universitaria, Verona, 2000.

A cura di: Petrini E., Desinan C., “Attività ludiche e condizioni di handicap”, Morelli Editore, Verona, 1984.

Roberts R., “Costruisci il tuo strumento musicale” ERI, Torino 1981.

Sachs C., “Storia degli strumenti musicali” Arnoldo Mondatori Editore, Milano, 1980.

 

 

 


 

[1] Schopenhauer, cit. in, Rudolf Steiner, L’essenza della musica e l’esperienza del suono nell’uomo, Editrice antroposofica, Milano, 1993.

[2] Il principio dell’ISO           

La storia vitale di ogni essere umano contiene un mondo sonoro soggettivo e unico: tale dimensione è definita dal principio dell’ISO di R.O.Benenzon. Il principio dell’ISO è definito come l’insieme infinito di energie sonore, acustiche e di movimento che appartengono ad un individuo e che lo caratterizzano.

L’ISO rappresentate il vissuto sonoro, l’immagine sonora di ogni individuo. Questo movimento energetico è formato dall’eredità sonora, dai vissuti sonori gestazionali intrauterini e dalle esperienze sonore dalla nascita all’età adulta.

Le energie sonore contenute in ogni individuo definiscono quatto tipologie di ISO:

-ISO universale, on energie sonore arcaiche, ancestrali, ereditate geneticamente nei millenni, contenute a livello inconscio. Un ritmo basale, come quello binario, (sistole-diastole, inspirazione-espirazione), il rumore del vento, il rumore dell’acqua, ninna nanne, appartengono all’ISO universale.

-ISO gestaltico, con energie sonore prodotte dal momento del concepimento, contenute a livello inconscio. La voce della madre, il flusso sanguigno, i rumori intestinali, i suoni esterni portati dal liquido amniotico, i suoni del corpo della madre, sono impressi nell’ISO gestaltico.

-ISO complementare, con energie sonore e musicali prodotte dalle influenze ambientali e dinamiche sull’ISO

gestaltico.

-ISO gruppale, con energie sonore e musicali prodotte nella fase di interazione all’interno di un determinato gruppo. Rappresenta la sintesi di tutte le identità sonore dei componenti di un gruppo umano.

(Da R. Benenzon,Manuale di musicoterapia, Borla,Roma,1998)

[3] Rolando Benenzon, Manuale di musicoterapia, Editore Borla, Milano, 1982.

[4] Franco Larocca, a cura di, La ricerca in educazione speciale, I MEDIATORI ANALOGICI, Musicoterapia e danzaterapia per l’handicap, Atti del VI Convegno Internazionale 1999, Libreria Editrice Universitaria Verona, 2000. http://www.educare.it

[5] Curt Sachs, Storia degli strumenti musicali, I edizione aggiornata Oscar saggi, Arnoldo Mondatori Editore, Milano, 1996.

[6] Percussione ricavata dal fondo di un bidone per il petrolio e battuta ad arte; è una percussione armonica    di origine giamaicana che viene comunemente utilizzata nelle orchestre del luogo.

[7] In realtà la descrizione fatta relativamente a questi strumenti è semplicistica.  Ci sono implicazioni tecniche specifiche sia per le campane tubolari che per i metallofoni. Durante i corsi che propongo si sperimentano le diverse variabili fino ad ottenere un funzionamento ottimale dello strumento.

[8] Rolando Benenzon, “Manuale di musicoterapia” Edizioni Borla, Roma, 1998.

[9] La terapia occupazionale viene a volte definita anche con il termine di Ergoterapia.

[10] Rolando Benenzon, “Manuale di musicoterapia”  p. 13. Edizioni Borla, Roma, 1998.

[11] Amelia Bielli, Alessandro Roberti, Gabriella Ba, “La terapia occupazionale” in “Metodologia della riabilitazione psicosociale” a cura di Gabriella Ba. Franco Angeli, Milano, 1997.

[12] A cura di: Enzo Petrini, Claudio Desinan, “Attività ludiche e condizioni di handicap”, Morelli Editore, Verona, 1984.

[13] A cura di: F. Larocca, “La ricerca in educazione speciale. I mediatori Analogici”, Atti del VI Convegno Internazionale di Musicoterapia e Danzaterapia per l’handicap, Libreria Editrice Universitaria, Verona, 2000.

[14] Ibidem, p. 12.

[15] Davide Fattori, “La costruzione degli strumenti musicali per la musicoterapia: percorso tra tecnologia ricerca e antropologia.”, In: Atti del IX convegno internazionale di musicoterapia 2002.  Università degli studi di Verona. Lo stato della ricerca in musicoterapia e danzaterapia per l'handicap. A cura di F. Larocca. Libreria Editrice Universitaria Verona, 2003.

 

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