La bottega di Orfeo

      Di Davide Fattori - Verona

 
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LA COSTRUZIONE DEGLI STRUMENTI MUSICALI PER LA MUSICOTERAPIA:

percorso tra tecnologia ricerca e antropologia.



Per presentare questo laboratorio partirò con il racconto della mia esperienza; non tanto quella di musicoterapista front-line ma quella di terapista in formazione continua che ha scelto, come mediatore per comunicare se stesso agli altri, la musica.

Ho sempre lavorato come educatore presso il Centro Don Calabria di Verona e soprattutto nei primi anni della mia esperienza lavorativa ho incontrato persone con una immensa ricchezza di spirito ma vestite di un corpo e di una mente troppo disarmonici per poter essere considerati parte attiva della “società”. L’incontro con queste persone mi ha proiettato in una dimensione di ascolto e ricerca interiori per trovare dentro di me un appiglio, un aggancio da offrire, allo scopo di farmi accogliere (e capire di essere accolto) e percorrere poi un tratto di strada insieme. Mi è capitato così di considerare serenamente quali potevano essere i lati della mia persona adatti ad esprimere qualcosa di vitale e utile per chi mi stava vicino. La proposta-risposta più decisa e diretta è arrivata proprio dalle persone che mi erano state affidate e che mi chiedevano in tutti i modi di essere me stesso attraverso le mie caratteristiche peculiari o forse quelle più spontanee e cioè il “fare” e la musica. Ho iniziato di conseguenza a coniugare musica e “fare” e sono arrivato così (tra le tante cose) a costruire i primi semplici strumenti che servivano al gruppo per animare i momenti di musica e canto. Ero al “Via”: avevo cominciato a camminare su un percorso che tuttora sto percorrendo e che mi ha fatto incontrare mille pensieri, mille persone, mille strumenti, mille musiche, ed ognuno di questi rappresenta un mondo che io posso ora condividere con chi ancora incontro.

Un percorso, o meglio un possibile percorso evolutivo per il musicoterapista è quello che voglio presentare con queste righe. E’ soprattutto un percorso di conoscenza personale, della propria “nudità”, delle proprie competenze musicali, dei propri limiti e della personale capacità di comunicar-si attraverso la musica e tutto quello che gli ruota intorno.

E’ un cammino che permette un contatto con il tempo passato e con le trasformazioni del pensiero musicale, con quelle trasformazioni avvenute nel corso dei millenni attraverso il modificarsi evolutivo del pensiero tecnologico, con la scoperta di nuovi materiali ed il nuovo utilizzo di materiali antichi nella costruzione degli strumenti. E’ un cammino che porta a scoprire quali sono le caratteristiche e le qualità degli strumenti musicali; soprattutto si scopre quali sono gli strumenti più adatti alla musicoterapia e si scopre ancora che lo strumento musicale costruito, libero da canoni imposti, ci permette di esprimere musica indescrivibile altrimenti: è come se si stesse con l’orecchio nel cuore stesso della natura; si percepisce la volontà della natura e la si riproduce in sequenze di note1. Inoltre gli strumenti costruiti «sono buoni oggetti intermediari e possono facilmente diventare oggetti integratori. Tale importanza dipende dal fatto che questi strumenti sono molto legati all’ISO di chi, paziente o musicoterapeuta, ha creato lo strumento. E’ importante sottolineare che se il musicoterapeuta conosce con chiarezza il proprio ISO, è in grado di creare uno strumento in accordo con l’ISO del paziente, cioè di costruire un oggetto intermediario ottimale per la comunicazione»2.

Ma da dove si parte? Si parte da se stessi, dalla propria sensibilità fisica e sensoriale (da quanto siamo integrati nel nostro io tra anima, spirito e corpo) e dalla personale conoscenza della musica e uso dei ritmi-suoni (moto sonoro o suono che muove)3. C’è chi conosce bene la musica ma non sa usare le proprie mani per trasformare la materia, c’è chi possiede abilità manuali sopraffine ma non conosce la musica, c’è chi possiede tutte e due le caratteristiche ma non le correla tra loro, ma non importa, quello che importa è la volontà di leggersi dentro e di mettersi in discussione ed in cammino.

Una direzione per il percorso personale può essere dato dallo studio dell’evoluzione degli strumenti musicali e del loro uso nelle diverse “età” dell’umanità (antropologia musicale). Propongo l’antropologia musicale perché e confrontabile con l’evoluzione della persona dalla nascita in poi attraverso le fasi di sviluppo del bambino fino all’età adulta e oltre. Confrontabile nel senso che il bambino piccolo scopre, più o meno con la stessa scansione che è stata sperimentata dall’umanità intera, l’uso di semplici strumenti musicali (a volte costruiti con le pentole o attrezzi da cucina) ed evolve psicofisicamente in modo da rispecchiare l’evoluzione antropologica in generale. Ognuno si può ritrovare e confrontare.

Secondo questo filone di ricerca sembra che i primi strumenti “musicali” siano stati in uso nelle comunità di cacciatori del paleolitico e che fossero strumenti che davano sonorità ai quei movimenti della danza che non potevano essere accentati dal battere delle mani o dei piedi. Erano i sonagli legati e cioè sonagli composti da un certo numero di piccoli corpi duri come gusci di noci, semi, noccioli, denti, zoccoli animali uniti tra loro con una treccia o una cordicella o uniti a grappolo. I danzatori li portavano appesi alle caviglie, alle ginocchia, alla vita, al collo4. I sonagli si sono poi diversificati nelle forme, dimensioni e suoni ma concettualmente sono sempre strumenti a concussione (suonano per effetto dello scuotimento) come ad esempio il sonaglio di vimini, la maracas ecc. Questi strumenti sono ancora in uso presso tribù non in contatto con la “civiltà” e come giochi per bambini in tutto il mondo. I suoni prodotti da tali strumenti sono apparentemente tutti uguali, li potremmo descrivere come fruscii o qualcosa di simile, ma in realtà ogni diversità nel materiale usato per la costruzione porta a suoni particolari. Bisognerebbe andare a scuola di autismo per imparare come un autistico sa distinguere i diversi suoni tra cento che a noi sembrano tutti uguali, ma la sensibilità si può “imparare” anche con molto esercizio, pazienza e umiltà rispetto ai propri limiti. Sicuramente costruire è un buon esercizio per comprendere le diversità dei materiali: capire come si devono e possono trasformare per arrivare al risultato del suono che ci siamo immaginati; fare attenzione alle loro caratteristiche fisiche di durezza, elasticità, resistenza, potenzialità sonore; sperimentare, come nel caso dei sonagli, diversi oggetti come riempimento in un contenitore dello stesso materiale (noce di cocco con dentro sassolini, noce di cocco con dentro piccole conchiglie, noce di cocco con dentro riso, ecc.). La sperimentazione, come regola, vale per tutti gli strumenti che si vogliono costruire.

Tornando alla storia degli strumenti musicali, le percussioni, che evolutivamente sono apparse dopo i sonagli, offrono un buon campo di sperimentazione perché possono essere costruite con moltissimi materiali, forme, dimensioni e suoni. Se pensiamo ai primi “tamburi” della storia, che erano costituiti da buche scavate nel terreno e ricoperte di corteccia (trappole per animali) al lato delle quali i danzatori percuotevano il terreno producendo suoni sordi e profondi, e alle percussioni moderne come la batteria o lo steel drum5, in mezzo ci sono infinite possibilità. Ad esempio tutti i tamburi che si possono costruire con basi di ceramica, con basi di legno, con basi di metallo usando pelli secche di ovino o pelli morbide o ancora pelli di animali da noi difficilmente reperibili come lo squalo ed i rettili. Altre percussioni come le scatole sonore o i tamburi a fessura possono invece essere costruiti con vari tipi di legno (morbido o duro) e diverse dimensioni. Ancora, le percussioni armoniche come gli xilofoni, possono variare oltre che nel materiale e nelle dimensioni anche nel modo di essere utilizzati. Se noi tagliamo dei tubi di alluminio e li appoggiamo su una cassa armonica (una semplice cassetta) li suoniamo tenendoli orizzontali e chiamiamo questo strumento metallofono; se le stesse canne le appendiamo ad un trespolo, le suoniamo tenendole verticali e lo strumento lo chiamiamo campana. Questo vale in genere anche per lo xilofono.

Gli strumenti fino ad ora raccontati, e cioè sonagli e percussioni, sono molto usati in musicoterapia. Ci sono però alcune cose da dire:

- sono “facili” da usare, perché partono dal movimento semplice, grossolano, i sonagli più delle percussioni. Le percussioni possono prevedere l’uso dei battenti ma anche semplicemente delle mani nude (spesso si trovano persone che non riescono all’inizio a suonare un tamburo con le mani perché questo esige molto controllo del “tocco” ed allora è meglio usare i battenti).

- tra i tamburi è preferibile usare quelli con basi di legno o metallo in quanto la ceramica spesso usata nel tamburi di origine magrebina (bonghi doppi e simili), si può rompere anche solo con un uso consono ma violento. La rottura di uno strumento durante una seduta di musicoterapia non è piacevole blocca la comunicazione e potrebbe causare danni alle persone;

- tra i metallofoni e xilofoni ci sono diverse possibilità sonore. Si possono trovare scale diatoniche, scale pentatoniche, semplici accordi anche solo di due note. Spetta al musicoterapeuta scegliere quale utilizzare a seconda di chi ha di fronte. Di sicuro ogni possibilità offre sonorità diverse che però esigono abilità diverse (la scala pentatonica è più naturale in quanto non avendo i semitoni elimina quegli abbinamenti di suoni che sono difficili da ascoltare. Suonando la scala pentatonica si ha l’impressione di non sbagliare mai; ed è vero!)

- le campane in genere sono costituite da canne o barre appese e libere. Questo comporta un elevato controllo nel suonare tali strumenti in modo armonico perché se con le oscillazioni le canne sbattono tra loro possono sfalsare la composizione di chi le usa producendo suoni indesiderati. Inoltre a parità di materiale (ad esempio canne di alluminio) le campane sono più sonore rispetto al metallofono.

Bisognerebbe ora introdurre una parte sugli strumenti a fiato e poi un’altra sugli strumenti a corda ma l’argomento si farebbe piuttosto complesso e lungo. Forse però è meglio limitarsi a quanto descritto anche in considerazione del fatto che per una prima esperienza di costruzione di strumenti per la musicoterapia quanto detto è già molto anche perché, in armonia con i pensieri espressi all’inizio, credo sia più interessante “fare”, sperimentarsi senza giudicarsi troppo severamente e lasciare che la memoria ancestrale sepolta ci guidi.

Il materiale e gli utensili che ho portato sono adatti alla costruzione di semplici percussioni anche armoniche, di sonagli di vario tipo, e per i più temerari anche di qualche strumento a fiato.

Gli attrezzi sono perlopiù semplici e poco pericolosi, utilizzabili, sotto la guida di un adulto, anche da bambini piccoli. Sono comunque strumenti di lavoro che rispecchiamo l’evoluzione tecnologica dell’umanità. Sicuramente diecimila anni fa le seghe, i trapani e la cartavetrata, (oggetti così comuni e avanzati e che comunque molte persone non hanno mai usato in vita) non erano così precisi ed efficaci come quelli che noi conosciamo. Una caratteristica degli antichi che è andata perduta e che bisogna recuperare per questo lavoro è la pazienza da accompagnare alla forza di volontà. Anche l’esperienza dell’uso degli attrezzi ha una sua gradualità nella crescita personale.

Cominciamo a Lavorare. Buon lavoro e buona strada a tutti.

 

1Schopenhauer, cit. in, Rudolf Steiner, L’essenza della musica e l’esperienza del suono nell’uomo, Editrice antroposofica, Milano, 1993.

2Rolando Benenzon, Manuale di musicoterapia, Editore Borla, Milano, 1982.

3Franco Larocca, a cura di, La ricerca in educazione speciale, I MEDIATORI ANALOGICI, Musicoterapia e danzaterapia per l’handicap, Atti del VI Convegno Internazionale 1999, Libreria Editrice Universitaria Verona, 2000. http://www.educare.it

4Curt Sachs, Storia degli strumenti musicali, I edizione aggiornata Oscar saggi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1996.

5Percussione ricavata dal fondo di un bidone per il petrolio e battuta ad arte; è una percussione armonica di origine giamaicana che viene comunemente utilizzata nelle orchestre del luogo.