La bottega di Orfeo

      Di Davide Fattori - Verona

 
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Il didjeridoo è uno strumento utile in musicoterapia?



Questa è una domanda che spesso mi hanno rivolto durante i laboratori di formazione o durante le esposizioni dello strumentario.

E' difficile rispondere, ma in genere per farlo racconto le mie esperienze di lavoro in veste di musicoterapista ed educatore.

Sono consapevole che quello che racconterò non è una risposta generalizzabile, ma è stata una risposta per qualcuno.

E' stato un incontro molto particolare quello che mi ha fatto scoprire il didjeridoo e che ha dato una direzione decisa alla mia professione.

Ero all'inizio del percorso formativo di musicoterapia ma lavoravo già come educatore da parecchi anni. Non utilizzavo ancora la musica come mediatore privilegiato e proponevo attività di tipo espressivo legate all'esperienza del movimento e del gioco con l'uso di diversi materiali (colore, carta, colla, ecc.). La musica stava entrando pian piano ma sempre più decisamente nel lavoro che svolgevo con i gruppi di adolescenti che vedevo tutti i pomeriggi. Uno degli utenti, Luca, (un ragazzo autistico che aveva da poco iniziato ad usare la comunicazione facilitata e che manifestava il suo disagio in modo molto forte e poco gestibile) lo incontravo invece al mattino perchè non seguiva nessun corso scolastico ed era inserito in un programma riabilitativo intensivo con lo scopo di portarlo in breve tempo all'inserimento in un gruppo socio-educativo. Si era impostato quindi un lavoro in equipe che perseguisse tale obiettivo. Il compito che mi fu assegnato riguardava (stranamente per me) il recupero scolastico in ambito storico e geografico con l'uso della comunicazione facilitata, da prima con un pannello che riportava la tastiera di un computer fino a passare poi al computer direttamente. Una indicazione importante che proveniva dal lavoro della mia collega esperta in comunicazione facilitata, (per Luca era l'unica persona con la quale “parlare”), e vista la mia propensione musicale, fu quella di non utilizzare assolutamente la musica perchè risultava insopportabile a Luca.

Nonostante mi sentissi un po' a disagio, visto questo divieto e visto anche la novità per me di operare nell'ambito del recupero scolastico, iniziammo a lavorare. Luca fin da subito manifestò difficoltà nel raggiungere il laboratorio e quando vi arrivava esprimeva disagio con tutta la forza che aveva e si sfogava con movimenti ritmici e faticosi per molto tempo dell'incontro. Il resto dell'ora si riusciva invece con calma ad adattare le sue conoscenze di comunicazione facilitata alla mia incompetenza assoluta in materia. Con grande sorpresa già durante la prima seduta Luca “scrisse” delle frasi e cominciammo così a comunicare anche attraverso la parola. Le sedute successive ebbero un andamento simile alla prima ma gradualmente i comportamenti, espressione di disagio, calavano per lasciare posto a cose che allora avevo trovato curiose; Luca mi faceva girare per guardarmi dietro e annusava le mie mani prima di iniziare a comunicare attraverso il computer. Per il resto tutto bene, si “parlava” così di storia e geografia.

Dopo un decina di incontri qualcosa cambiò. Luca si mostrava sempre meno interessato alle cose che facevamo e interruppe la comunicazione verbale con me indicandomi una serie infinita di y, z, q, k, j, ma iniziò a comunicare con un linguaggio che forse era più comprensibile a tutte e due. Girava per la stanza come se stesse cercando qualcosa; mi annusava le mani molto spesso; mi teneva le mani strette nelle sue; rideva. A casa poi, il pomeriggio, incontrava la mia collega “comunicatrice” (che chiamo qui per convenzione Anna) alla quale raccontava come era andata la mattina e parlava di me definendomi “persona paziente” ed “erborista”. Il primo termine era relativo al fatto che mi stava mettendo alla prova e che non reagivo malamente ai suoi “scherzi”; il secondo termine era associato all'odore chi mi portavo inconsapevolmente addosso e che proveniva dal laboratorio artigianale dove con altri utenti preparavo delle candele profumate con olii essenziali di erbe.

Forse stava tentando di capire chi ero io e voleva conoscermi; un giorno me lo chiese in modo forte e chiaro.

Era arrivato come sempre nel laboratorio ed iniziò subito ad annusarmi le mani ma si concentrò particolarmente sull'orologio che portavo al polso; me lo levò, se lo mise al suo e uscì dalla stanza inscenando una fuga (voleva che lo seguissi). Mi fece arrivare ai servizi igienici dove si rinchiuse e si masturbò. In quel momento pensai “- colpito ed affondato -”. In realtà tornati in laboratorio il resto del tempo passò in modo tranquillo. Questo mi fece pensare che mi voleva chiaro e trasparente nei sentimenti.

La seduta successiva determinò la svolta da parte mia. Andando contro a tutte le indicazioni gli presentai Davide armato di tamburi, claves, e didjeridoo. Seduti uno di fronte all'altro iniziammo un dialogo sonoro che durò fino alla fine dei nostri incontri. Luca suonava il tamburo e le claves con molta delicatezza ma era molto incuriosito dal suono del didjeridoo; lo ascoltava come se stesse tentando di scoprirne tutti gli armonici.

Nel frattempo la mia collega Anna non capiva bene cosa Luca gli raccontava durante gli incontri pomeridiani, finchè si decise a venire da me per vedere cosa era il “tubo” di cui le aveva “parlato” Luca. Quando Anna venne da me, le raccontai le ultime vicende e del cambio di direzione che avevano preso le sedute mie con Luca (nelle riunioni di equipe non era stata presa bene la notizia dell'uso degli strumenti musicali). Lei mi mise al corrente di quanto Luca le comunicava ultimamente. Luca le raccontò che aveva sempre avuto paura dei suoni che si sentivano nel mio laboratorio (interrato fronte strada) ma che il suono del “tubo” (il didjeridoo) gli aveva permesso di mettere in ordine nella sua mente i rumori del mondo.

Da allora Luca è occupato in un centro socio occupazionale e lavora ascoltando la musica.

Grazie Luca.